Il report Women, Business and the Law 2026 della World Bank evidenzia con chiarezza uno dei principali nodi italiani sul tema della parità di genere: la distanza tra le norme e la loro effettiva capacità di incidere sulla realtà.
Come ricorda Francesca Mazzolari, Direttrice Generale di 4.Manager:
«Un primo divario rilevante per l’Italia emerge tra l’indice di quadro normativo relativo alla parità di genere (92,93) e quello di capacità istituzionale di garantire le previsioni di legge (77,93)».
In altre parole, il problema non è solo scrivere buone leggi, ma renderle concretamente efficaci nella vita delle persone e nei modelli organizzativi.
I numeri raccontano infatti che il carico di cura continua a gravare in misura sproporzionata sulle donne: nel 2023 le donne sopra i 25 anni dedicano al lavoro familiare in media 4 ore e 44 minuti al giorno, contro 2 ore e 6 minuti degli uomini, con un divario pari a 2 ore e 38 minuti. Un gap ancora significativo, anche se in riduzione rispetto al 2003, quando la distanza superava le tre ore e mezza.
Una dinamica che incide direttamente sulle opportunità professionali, sulla continuità lavorativa e sulla crescita di carriera.
È la cosiddetta “maternity penalty”: in Italia lavora circa il 55% delle donne con figli, quota che nel Mezzogiorno scende al 35,3%. E anche a distanza di molti anni dalla maternità, le madri lavoratrici registrano salari mediamente inferiori e minori ore lavorate rispetto alle altre donne.
Per questo il tema della parità di genere non può essere affrontato solo come questione normativa o reputazionale. Richiede un ripensamento concreto dei modelli organizzativi, della cultura del lavoro e della condivisione delle responsabilità familiari.

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